Albania – Un giorno a Berat la città dei mille occhi

Sono ben più di mille le finestre che si affacciano sull’Osum e che nelle giornate di sole riflettono la luce, dando vita ad un meraviglioso gioco di specchi.
Ci accoglie la luce al nostro arrivo e una stupefacente atmosfera che profuma di storie lontane e dimenticate.
La leggenda narra che due valorosi cavalieri, Tomorri e Shpirag, si erano innamorati della stessa fanciulla. La travolgente passione fu fatale ad entrambi: i due fratelli si sfidarono a duello e caddero in campo. Le lacrime della ragazza disperata dettero origine alle acque del fiume Osum.
Proprio qui, affacciata sull’Osum, e protetta dai due fratelli trasformati dalle divinità, in monti, sorge una delle più affascinanti città dell’Albania, Berat, che dal 1961 si fregia del titolo di città-museo.
Chi si aspetta di vedere la terra desolata e brulla presentata dai telegiornali, rimarrà stupito.
Grazie alla vicinanza con il mare che ne mitiga il clima, Berat è verde, verdissima e ben tenuta: un agglomerato di case bianche, aggrappato alle montagne circostanti, scalinate ripide e vicoletti assolati, il gioco accecante di vetri e specchi, per i riflessi delle numerose finestre, nelle giornate di sole, panni stesi da casa a casa, cespugli di lavanda ai bordi delle strade.
Edificata nella forma attuale dagli Illiri, ha una storia antichissima che si fa risalire a circa 2400 anni fa, epoca del primo insediamento abitato.
Gli anni del comunismo e della sua volontà costruttiva non l’hanno sfiorata, salvando tutti i suoi edifici storici, le chiese, i monasteri, le madrasse, le moschee, che convivono, anche fianco a fianco, nell’affresco urbanistico della città.
La nostra passeggiata comincia proprio dal ponte vecchio sull’Osum, a sinistra lungo il pendio si distende Gorica, il quartiere cristiano, a destra Magalem, quello mussulmano.
La strada principale si inerpica fino alla Kalasa, la cittadella, che risale al XIV secolo, eretta dai cristiani per difendersi dai turchi.
Costruita a strapiombo su un crinale, è circondata da una massiccia cerchia muraria con ben ventiquattro torri, le cui parti più antiche risalgono alle fortificazioni delle tribù illiriche del IV secolo a.C.
Delle oltre venti chiese che possedeva in origine, ne sono rimaste soltanto dodici.
La più affascinante è senz’altro la Chiesa della Dormizione di Santa Maria: una costruzione grandiosa del 1797, eretta sulle fondamenta di una basilica paleocristiana del X secolo.
Dedicata al culto ortodosso, accoglie il suo visitatore tra icone antiche, dipinte su metallo e legno e lo conduce fino al trono episcopale, al pulpito e ad una splendida iconostasi dorata, sormontata da curiose lampade fatte con uovo di struzzo, rivestite d’argento.
Attualmente ospita il Museo Onufri (aperto dalle 9.00 alle 14.00, dal lunedì al venerdì), il più famoso pittore di icone del Paese, vissuto nel XVI secolo.
Meritano una visita anche San Teodoro, la Chiesa della Trinità, San Nicola e Santa Maria di Blachernae, anche se spesso sono chiuse il personale del Museo vi indicherà volentieri dove abitano i custodi, permettendovi l’accesso.
Lasciando la Kalasa, in una villa settecentesca su due piani si trova il Museo Etnografico (aperto dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 16.00).
Al piano terra ci si aggira tra costumi tradizionali ed utensili quotidiani, al piano superiore si entra in una casa albanese d’inizio secolo: cucina, camera da letto, salotto, i pavimenti ricoperti da tappeti e stoffe, pizzi e stoviglie, distribuiti sui tavoli.
L’atmosfera così intima e raccolta fa si che ci si aspetti di veder comparire la padrona di casa per un the.
Il Magalem è un dedalo di viuzze in cui emergono minareti e madrasse e che protegge le tre moschee più importanti della città: la Moschea del Sultano, una delle più antiche del Paese che si sia conservata, la Moschea di Piombo, cinquecentesca, che si erge sulla piazza principale, e che porta il nome del metallo che riveste le sue cupole, ed infine la Moschea degli Scapoli, costruita per i garzoni di città e, appunto, gli scapoli all’inizio dell’Ottocento, le cui mura esterne, riccamente decorate, sono un vero spettacolo per gli occhi.
Un ponte pedonale ed uno a sette archi del 1780 ci portano a Gorica, la parte cristiana della città.
Saliamo oltre il confine cittadino in una pineta che racchiude i resti di un’antica fortezza il lirica che avrebbe bisogno di qualche restauro.
Scendendo incontriamo il Monastero di San Spiridone, una gradevole costruzione in pietra chiara, circondata da un lungo porticato e dedicata al santo ortodosso di umili origini che divenne vescovo di una piccola zona nord-orientale dell’isola di Cipro, fu uno dei promotori del Concilio di Nicea e alla sua morte venne santificato per l’opera pastorale e la sua vita esemplare.
Infine la chiesetta di San Tommaso, che per forma e dimensioni ricorda molto una cappella.
La troverete chiusa, come moltissimi altri edifici religiosi: nonostante vi sia nuovamente la libertà di culto, gli albanesi, forse per i cinquant’anni di ateismo di stato, non sono un popolo molto religioso.
Siamo tornati al punto di partenza, sotto di noi scorre l’Osum, è il suono dell’acqua che ci culla e ci saluta.

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi