I problemi degli animali che vivono nel mare

Parliamo degli animali che vivono nei nostri mari e ai problemi che su di essi incombono e che compromettono quel delicato e fondamentale equilibrio, anche per la vita umana. Le mucillagini per esempio di cui si ha paura ora anche in alcune coste della Sardegna, finora rimaste immune dal problema. Oppure la minaccia della scomparsa dai nostri fondali della preziosa poseidonia come anche nel pericolo quotidiano per i simpatici e importanti delfini. È ancora attuale purtroppo il problema delle spadere, le cosiddette reti pelagiche derivanti, impiegati ancora per la pesca al pescespada ma dannosissime soprattutto per delfini, tartarughe marine e altre specie protette. Su tutto ciò, puntualmente ormai da anni, la preoccupazione collettiva, di bagnanti e operai turistici, per i numerosi avvistamenti di quelli che tutti noi comunemente chiamiamo squali e che poi, nella maggior parte dei casi, si rivelano innocui e pacifici anche se cresciutelli. Sicuramente i delfini e perciò ci sembra utile avere qualche informazione in più per poterli distinguere da altre specie e tra loro.

Delfini

I delfini sono spesso presenti nelle raffigurazioni e nelle leggende mitologiche. In molti reperti archeologici, tipo; monete, mosaici e anfore, portano sul dorso una persona perché si pensava che fossero loro ad accompagnare le anime fino alle isole dei Beati nell’ultimo viaggio. E anche ai giorni nostri rilevano la loro simpatia per l’uomo facendoci divertire ma anche aiutando naufraghi o qualcuno in pericolo di affogare. In questo caso la figura annaspante in acqua viene probabilmente associata dal cetaceo a quella di un cucciolo di delfino. Infatti al momento del parto le femmine del branco aiutano volentieri la madre a spingere rapidamente il piccolo verso la superficie dove potrà fare il primo indispensabile respiro. Quindi i delfini hanno una vita sociale molto intensa e certamente complessa di cui non siamo ancora riusciti a capire meccanismi e gerarchie. Sappiamo però del loro incredibile sonar che tramite l’ecolocalizzazione gli consente, attraverso l’emissione di suoni e dell’eco di ritorno, di individuare qualunque cosa si muova, pesci o altro, nel raggio di oltre un chilometro. Un incontro in mare con una coppia di delfini è sempre un avvenimento emozionante per la loro velocità e i caratteristici salti ma soprattutto per la fiducia che sembrano nutrire nei nostri confronti. Se poi abbiamo la fortuna di assistere alle evoluzioni di una madre col proprio piccolo possiamo star certi che si tratta di uno spettacolo davvero raro. Tutti i mammiferi marini si riproducono con lentezza, la gestione dura quasi un anno e i piccoli poppano dalla madre fino ai 18 mesi. Questi favolosi cetacei sono quelli che più facilmente si incontrano nel Mediterraneo, soprattutto la stenella, una delle otto specie presente nei nostri mari. Per riconoscerla bisogna sperare che essa presenti sul fianco delle striature chiare che partono dall’altezza dell’occhio. Il dorso è invece scuro e il ventre chiaro, mentre il rostro si presenta sottile e affilato. La stenella può raggiungere la lunghezza di due metri e mezzo. Più raro sembra invece incontrare il delfino comune anche se spesso si accompagna ai branchi di tonni ma che caccia comunque in acque molto profonde. Il suo dorso è nero con i fianchi ocra e grigi. All’altezza della spina dorsale porta un triangolo più scuro con il vertice rivolto verso il basso. Anche il delfino comune può raggiungere lunghezze intorno ai due metri e mezzo. Ma il cetaceo più simpatico e spettacolare, quello degli show acquari e che spesso viene a nuotare a prua nelle barche, è senza dubbio il tursiope che preferisce frequentare le acquee più prossime alla costa. Esso è scuro sul dorso è più chiaro nel ventre e arriva anche ai quattro metri di lunghezza. Poi c’è un grampo che grazie alla sua colorazione, grigia coi tipici graffi chiari su tutto il corpo, è il più facile da riconoscere. Ama però il mare aperto e supera, spesso abbondantemente, la lunghezza dei quattro metri.

Ogni anno almeno settemila delfini muoiono a causa delle spadare. Queste infatti sono reti lunghe dai dieci ai venti chilometri, se non di più in quelle abusive, e larghe anche trenta metri. Costruite in questo modo rappresentano per tutti gli abitanti del mare, grandi e piccoli, un’enorme muro della morte. Dentro le invisibili e per niente selettive maglie abbandonate alla corrente finiscono non solo i pesci spada e i tonni ma anche, oltre ai delfini, le balene, la tartarughe e gli uccelli marini. Eppure le catture così dette accidentali sono illegali per la nostra legislazione, quindi pescare un delfino o una tartaruga caretta caretta, comune anche in Sardegna, è punito a norma di legge. Ecco perché appena uno di essi rimane impigliati nella spadara i pescatori cercano di liberarsene sparandogli addosso.

Altri cetacei

Tra gli altri cetacei presenti nel Mediterraneo ricordiamo il globicefalo, il capodoglio e la balenottera comune. Anche se difficile avvistamento però anche lo steno, un altro delfinide, si sa che frequenta il nostro mare.

Il globicefalo è un cetaceo con i denti e raggiunge anche una lunghezza di 6 metri con un peso di tre tonnellate. Lo si può riconoscere per il colore nero e i riflessi brunastri ma con una macchia chiara a forma di ancora che va dalla gola fino al ventre. Inoltre il globifacelo ha un tipico capo globoso col profilo anteriore rigonfio che emerge dall’acqua, insieme alla coda, quando nuota. Anche la sua pinna dorsale, posta sulla prima metà del corpo, è particolare e appare bassa, falcata e appuntita. Quando poi il globicefalo emerge tutto il busto, cosa non infrequente quando vuole guardarsi intorno, mostra anche le grandi pinne pettorali, anch’esse falcate e appuntite.

Ma il più grande e famoso degli odontoceti, cioè i cetacei con i denti, è certamente il capodoglio. Un maschio può infatti raggiungere anche i 18 metri di lunghezza e pesare ben cinquanta tonnellate. Il capodoglio è inconfondibile per il suo capo, enorme e squadrato, che occupa quasi un terzo dell’intera lunghezza del corpo. Lo sfiatatoio, a forma di una esse, è posto a sinistra del capo. Da esso proviene un soffio molto rivolto in avanti e inclinato rispetto alla superficie dell’acqua. Il dorso del capodoglio non presenta una pinna dorsale vera e propria ma è invece caratterizzato da numerose protuberanze. Questo cetaceo è stato, ed è ancora, uno dei più cacciati dall’uomo. È infatti l’unico che contiene nella testa lo spermaceti, una sostanza grassa e cerosa. Lo spermaceti era molto apprezzato dalle industrie come lubrificante per strumenti di precisione nonché conservante per alimenti, oppure veniva utilizzato per la fabbricazione di cosmetici, smalti, pastelli e matite. Ma il capodoglio veniva cacciato anche per l’ambra grigia che produce nel suo intestino e che si può trovare anche galleggiante in mare o nelle spiagge. Si tratta di una sostanza di color grigio cenere o bruna che veniva utilizzata per i filtri d’amore, come afrodisiaco o nella produzione di saponi e profumi. Fortunatamente i laboratori di cosmesi hanno sostituito l’ambra grigia con prodotti di sintesi chimica. Non sappiamo invece come si siano arrangiati maghi e fattucchiere.

Di grandi dimensioni può essere anche la balenottera comune che appartiene ai Misticeti, cioè i cetacei muniti di fanoni. Può infatti misurare dai venti ai venticinque metri e avere un peso che può arrivare anche alle ottanta tonnellate. A differenza degli altri due cetacei descritti e la femmina ad essere, anche se solo leggermente, più grandi del maschio. Il colore del dorso è grigio scuro mentre le parti inferiori del suo gigantesco corpo, la mandibola destra e la superficie inferiore della coda, sono biancastre. La balenottera ha il capo di forma affusolata e triangolare. Una pinna dorsale molto piccola e falcata situata sulla parte posteriore del dorso. Il suo soffio è doppio e verticale, a forma di cono rovesciato e può raggiungere i sette metri d’altezza. Di essa pare che in tutto il mondo non rimangano che appena centomila esemplari. Anch’essa ha infatti subito una caccia spietata dalla metà dell’ottocento in poi. Eppure la balena può essere considerata il gigante buono del nostro pianeta. Nessun’altra creatura, sia di terra che di mare, è paragonabile alla balena in quanto a dimensioni, forza, ma anche abilità. Mentre i capodogli sono più frequenti nel centro sud del Tirreno e intorno alla Sicilia le balenottere sono solite frequentare il Tirreno settentrionale, il Mar Ligure, i mari della Corsica e della Sardegna. I globicefali invece sono un po’ dappertutto, sia al largo che nelle acquee costiere. Tutti comunque di solito viaggiano lentamente, vicino alla superficie soffiando dallo sfiatatoio ogni minuto o due, in branchi compatti che possono essere costituiti da dieci fino a quaranta individui.

Incontri ravvicinati con il whale watching

Per avere un incontro ravvicinato con i giganti del mare non bisogna più essere feroci cacciatori di balene né vecchi lupi di mare. Il whale watching, l’osservazione in mare aperto delle balene, riservato un tempo ad esperti e studiosi, oggi è accessibile a chiunque, grazie ai viaggi organizzati in varie parti del mondo e che stanno prendendo timidamente piede anche da noi. Questa è un’attività che tra l’altro può considerarsi una valida alternativa economica alla caccia alle balene ma va comunque svolta con attenzione per non disturbare il comportamento dei cetacei. Balene e balenottere, capodogli e delfini: mammiferi camuffati da pesci e, forse per questo, bizzarre chimere nella nostra immaginazione. Un po’ pesci sapienti e un po’ mostri marini come quelli descritti nei bestiari medievali ispirati alle fantasie letterarie dei classici. La caccia a questi pacifici abitanti del mare ancora non è stata del tutto bandita, tuttavia, per fortuna, ci sta rendendo conto che i cetacei sono una parte essenziale del nostro mondo.

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